Letto: Buenos Aires 1976, Menichini

 

Buenos Aires 1976, Giuseppe Menichini

Buenos Aires 1976, Giuseppe Menichini

Buenos Aires 1976, opera prima di Giuseppe Menichini, è disponibile soltanto in formato e-book sul sito della casa editrice Blonk così come sui famosi Amazon e iTunes, tra gli altri.

Questo breve romanzo d’esordio spiazza: il ritmo della narrazione è incalzante, la ricostruzione storica si rivela solida e quasi sempre convincente . In alcuni passaggi l’autore pare cedere a qualche digressione o sotto-narrazione, ma nel complesso riesce nell’intento di mantenere il lettore in uno stato di suspense, chiedendosi cos’altro mai potrà accadrà di lì a poco.

Il testo si presta, en passant, anche come lezione di storia per chi non è troppo documentato sul periodo storico e sulle vicende sudamericane del tempo.

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Letto: L’uomo che guarda, Moravia

L'uomo che guarda, Alberto Moravia

L’uomo che guarda, Alberto Moravia

Il mio primo Moravia è L’uomo che guarda, un romanzo che mi ha lasciato l’amaro in bocca per il suo finale, d’altra parte in linea con l’andamento psicologico di tutta la narrazione che l’ha preceduto.

Al di là della trama, sono stata sorpresa da un utilizzo così pieno e vagamente retro della lingua italiana, il che è ovviamente  una constatazione positiva visto che nessuna lettura paesana di recente creazione si è distinta per l’utilizzo della nostra lingua, salvo un interessante Buenos Aires 1976 di G. Menichini.

Nella trama stessa, tuttavia, un colpo di scena mi ha lasciata talmente di stucco che mi ha forzata a concedermi una pausa, da cui è scaturita la foto sopra.

Con Moravia, infine, ho riscoperto il fascino misterioso di leggere libri presi in prestito dalle biblioteche. Dovrò praticare più spesso l’abitudine di fare una passeggiata fino alla biblioteca e scegliere i romanzi non sulla base di una ricerca svolta in precedenza ma sulla base di fede e fiducia verso la creazione letteraria.

È stata mia mamma, infatti, a passarmi il testo non appena concluso e mi ci sono buttata dentro pur senza avendone letto informazioni preliminari in copertina.

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Letto: Parade’s End, Ford Madox Ford

Questo è uno degli ultimi romanzi che ho letto. Trovato gratis, in inglese, sul sito Project Gutenberg, Parade’s End – Some Do Not mi ha sorpresa e ha conquistata malgrado alcune iniziali reticenze (supportate da nessuna motivazione in particolare).

Leggerlo in inglese non è stato sempre un processo fluido anche perché il testo è uno degli epitomi del Modernismo: si salta infatti da un punto di vista all’altro, benché il narratore – se non ricordo male – resti quasi sempre in terza persona e onnisciente.

L’evento centrale risiede nello scoppio della prima guerra mondiale e le ripercussioni – per lo più psichiche – di questa sulla società inglese, specie quella “buona”, scossa alle fondamenta per quel che riguarda i valori e le qualità di cui si sente portatrice.

La narrazione si prende ovviamente la libertà di muoversi avanti e indietro sulla linea del tempo con anticipazioni e rimandi, ritratti e lenti di ingrandimento sul microcosmo di alcuni protagonisti, per cui il lettore deve gustarsi lo stesso passo del narratore e avere la pazienza di giungere alle risposte di cui è in cerca.

Comprensibilmente, leggendo questo testo per la prima volta direttamente in inglese ho quindi temuto molto spesso di aver perso il filo o di aver saltato qualche preziosa informazione; ma d’altra parte si sa, confrontarsi con il testo originale permette di assaporarlo al meglio.

Ho scoperto per caso, infine, che la BBC ha realizzato una trasposizione televisiva di tutti e quattro i volumi che rispondono al titolo di Parade’s End, piazzando Cumberbatch come Tietjens. A questo punto non vedo l’ora di guardare la serie e di proseguire al contempo con la lettura degli altri tre romanzi.

Consigliato: decisamente sì!

Parade's End - BBC Dramatization

Parade’s End – BBC Dramatization

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Costellazioni familiari

Ieri sera ho partecipato ad una costellazione familiare sistemica; ne avevo viste in passato con un’altra costellatrice e l’impressione è sempre positiva.

Il solo assistere ad una costellazione di gruppo rappresenta un’esperienza intensa a prescindere dal costellatore. Le energie che si mettono in campo dal momento della scelta dei rappresentanti fino alla risoluzione del problema sono potenti e segnano positivamente ogni partecipante ben oltre l’incontro in sé.

Qualsiasi questione può essere portata in costellazione: le persone scelte per rappresentarne le varie componenti diventano immediatamente veicoli perfetti per gettare nuova luce sulla questione.

Essendo, infatti, al di fuori del sistema — almeno in partenza — ciascuno agirà e si comporterà soltanto in base all’istinto e a quello che sentirà dentro. Al contempo, poiché si sintonizza sulle frequenze del sistema al quale è stato chiamato a fornire un contributo, le sue azioni e reazioni risulteranno sempre sorprendentemente familiari a chi ha portato il problema.

All’interno della costellazione si spostano le persone e, con loro, le energie che incarnano: si sciolgono così dei nodi e “qualcosa” comincia a muoversi da lì a molto tempo dopo.

In quello spazio e tempo emerge infine con nuova chiarezza quello che già è. Affidandosi a terze persone, ed eliminando quindi ogni filtro, si scava infatti nell’inconscio dei vari personaggi coinvolti; si riesce a far affiorare verità che non si percepiscono a livello conscio e, di conseguenza, non si sarebbe capaci di vedere come realtà su cui agire.

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Non di sola grammatica vive l’inglese

Una lingua straniera non si impara studiandone soltanto la grammatica e questo, la scuola italiana, sembra non averlo ancora compreso.

La grammatica si configura, magari, come l’intelaiatura che sorregge le parole, permette sia di esprimersi che comprendere quanto ci viene detto; ma, ad un certo punto, le parole non si possono conoscere se non ci vengono insegnate, la capacità di produrre discorsi non è innata se non viene stimolata e la comprensione non si affina se non anch’essa con l’esercizio.

In questo senso l’approccio adottato dalla maggioranza degli insegnanti italiani (almeno ai miei tempi, ahimè) resta nozionistico e ci lascia disarmati ogni volta che dobbiamo aprire bocca e partecipare ad un dialogo.

Non c’è dunque da meravigliarsi se il confronto tra noi e il resto d’Europa è impietoso. Al liceo ebbi infatti l’opportunità di partecipare ad uno scambio linguistico con una cittadina austriaca. Al di là delle difficoltà con il tedesco, iniziato a studiare da poco più di un anno, lo sconcerto vero e proprio arrivò con l’inglese.

La padronanza sfoggiata da quei nostri coetanei sembrava inspiegabile e suscitò  immediatamente in me una profonda amarezza, in quanto chiaro segno di un universo frapposto fra “noi” e “loro”; ci potevamo sognare, infatti, la loro disinvoltura nel porre domande od esprimere opinioni, così come le lezioni pratiche, dinamiche e dritte al punto.

Proprio questo binomio formato da correttezza generale e disinvoltura, a mio parere,  rappresenta oggi come allora un’accoppiata vincente per avvicinarsi ad una nuova lingua.

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