Generazione di transizione

In questi ultimi giorni, ma diciamo anche settimane, mi rendo conto che parte di quello che credo essere solo un mio malessere, in realtà si possa considerare una condizione condivisa.

Caratterialmente ho l’abitudine di annoiarmi, cercare la stabilità per poi spazzarla via con un temibile e terribile colpo di mano, cambiare e ricercare la stabilità per poi creare il nuovo al suo interno, un’emozione dentro la quotidianità che mi faccia sentire un essere umano a tutti gli effetti.

Ultimamente, dunque, mi sono ritrovata a fare uno dei miei soliti punti della situazione, il che è equivalso a mettere in dubbio alcuni aspetti della mia vita. Fortunatamente la maturità mi offre gli strumenti per non fare piazza pulita, bensì per agire in modo costruttivo; uso il disagio come mezzo per lavorare sulle mie mancanze ed evolvermi come anima ed essere umano, piuttosto che voltare le spalle senza andare troppo per il sottile con le persone che mi circondano.

Devo ammettere, d’altro canto, di essere molto fortunata in questo periodo: ho accanto a me le persone giuste, la persona giustissima, e mi è stata offerta una possibilità rara di questi tempi. Ma non scenderò molto in dettagli.

Piuttosto sfrutterò qualche informazione su di me per arrivare al punto.

Avere un lavoro stabile e full time è considerata una sfortuna. La cosiddetta crisi tout court ci fa mettere in discussione ogni caposaldo dei decenni precedenti, così invece di essere felici se si ha un lavoro a tempo pieno, si esita a condividere questa notizia.

Eh sì, essere impiegati stabilmente non è una bella novità, è un fatto di cui prendere atto e sul quale ragionare perché subito dopo arriva il senso di costrizione, il senso di togliere qualcosa alla qualità della vita.

“Quando potrò coltivare me stesso? E’ davvero questo il mio destino? Resterò incatenato a questo lavoro senza possibilità di scampo?”

Queste domande e conseguente crisi di identità ormai sembrano diffuse, più di quanto io non pensassi. Noi “giovani” con una laurea e anni di studio alle spalle siamo i primi a mettere tutto in discussione e buttare ogni aspetto della nostra vita, inclusi noi stessi, in un unico grande calderone.

Là dentro diventa però difficile capire chi ci abbia ridotti così, cosa ci renda così instabili, se siamo più consapevoli o soltanto più confusi, se troppa teoria e poca pratica ci abbiano dato alla testa, se la crisi sia solo un pretesto.

Non do risposte, non ho neanche le giuste domande, figuriamoci.

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