La mia Libertà vs la Coppia|My Freedom vs the Couple.

La mia libertà all'interno della coppia

ITA – Qual è la ricetta per stare bene con se stessi quando si è in coppia?

Per me è un enigma. Anzi, l’enigma sono io, perennemente in difesa della mia libertà personale, dei miei spazi e delle mie scelte, anche quelle più piccole.

Voglio dire, migliaia di donne navigano con tranquillità delle relazioni lunghe anni – se non decenni – e alla fine si fidanzano, si sposano senza problemi. Anzi, sarebbero assalite dall’ansia se ciò non si avverasse, se non avessero un anello al dito e dei figli da accudire.

Poi ci siamo io e le donne come me, a cui l’ansia prende ma al pensiero di compiere quanto elencato sopra.

Da una parte la relazione stabile l’ho scelta e continuo a sceglierla perché mi piace. Eppure ho serie difficoltà a far convivere me stessa ogni giorno con la relazione, con l’Altro. Una me stessa che si espande e vuole accomodarsi, dettare la propria su ogni fronte, occupare ogni spazio fisico. Una me stessa che non vede perché ci si debba giustificare di una volontà, di un rifiuto a fare qualcosa, della voglia di farne un’altra. Quella me stessa è talmente forte, talmente sicura di sé che non vede d’altra parte dove sia il problema.

Il problema c’è, eccome.

Puntualmente, infatti, scoppia il patatrac quando si accumulano quegli avvenimenti e fatti del quotidiano, piccoli e grandi, più o meno di routine, in cui relazionarmi con l’Altro equivale, nella mia mente, a perdere un pezzettino di me. In cui sento di sacrificare una parte della mia volontà.

Un tantino melodrammatica, forse?

Beh, non a caso mi piace dire – pare che l’autoironia sia una gran dote – che sono come Vodafone: è tutto intorno a me.

Com’è la vostra situazione? Vivete mai un conflitto di questo tipo? E in che modo ne venite fuori?

—–
ENG – What’s the secret to feeling good with yourself when you’re in a relationship?
It is a riddle for me. Better still, I am the riddle, perennially defending my personal freedom, my spaces, my choices, even the smallest ones.

I mean, there are thousands of women out there who navigate smoothly through decade-long relationships and end up getting engaged & married. They would panic if this didn’t happen, if they didn’t have a ring and children to raise.

And then there is me and women like me, who panic at the very thought of going through all of the above.

Of course I have chosen – and still do – a stable relationship because I like it. However, it is a struggle to have My Self get along with the relationship, with the Other daily. My Self expands and wants to boss around, occupy every physical space. My Self doesn’t see why it should justify not wanting to do something or opting for something else. That Self of Mine is so strong, so self confident that it doesn’t just understand why all of this should be a big deal.

But, it is a big deal! Particularly after a long sequence of events – most of them just routine and hardly significant – where interacting with the Other equals losing a little bit of My Self, at least in my mind. It feels like sacrificing a part of my will.

I sound a tad melodramatic, I know. It’s no wonder I like to define myself as Vodafone: (it’s) all around me.

What about YOU? Do you ever feel this struggle, this strong, or is it just a non-problem for you?

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“Il coraggio di cambiare”. Eh!? | ‘The courage to change’. What?!

ITA
“Il coraggio di cambiare”. Quante parolone, che frase ad effetto!

Quando leggo e sento parlare di “coraggio” e “cambiare” immagino subito – o è la cultura popolare a farmi immaginare – una specie di Superman o Wonder Woman.  Mi vengono in mente un tipo o una tipa che dall’oggi al domani danno di matto e cominciano a spaccare i vetri delle auto dei vicini rumorosi o si liberano dalle catene della quotidianità abbandonando baracca e burattini. Insomma, qualcuno che si ribella per una specie di giusta causa, svolta la propria vita e magari diventa santo.

Se, però, guardo dentro e fuori di me capisco che “coraggio”, in abbinamento a “cambiare”, mi fanno volare molto più in basso. Non sarò di certo io a fare notizia sui giornali locali.

Se continuo ad esplorare, poi, mi rendo pian piano conto che ho il coraggio di cambiare quando sono in grado, innanzitutto, di ascoltarmi. Quando mi concedo questa azione e provo ad assegnare un significato ai segnali che mi lanciano mente e corpo.

Quando, nota dolente, devo prendere decisioni audaci e comunicare quelle decisioni audaci.

A seconda del periodo della mia vita e degli accadimenti del momento diventa vitale saper prendere e comunicare una decisione indipendente – così come, ahimè, far finta di niente.

Quindi credo che uno abbia il coraggio di cambiare quando è pronto a chiedersi quale sia il proprio punto debole – espressione volgare e terra terra, lo so. Quando prova ad immaginarsi come possa diventare la propria vita se affronta quel punto debole utilizzandolo come proprio alleato, non sfidandolo.

Quando, infine, lo trasforma da paura invalidante in uno strumento in grado di portare dentro di sé la sensazione di essere finalmente a casa.

ENG

‘The courage to change.’ So many big words, such a dramatic phrase!

Every time I read and hear about ‘courage’ and ‘change’ I immediately think of – or perhaps pop culture has me – a Super Man or Wonder Woman. I picture a guy or a gal who flips out overnight and starts smashing their noisy neighbors’ car glasses or breaks free from everyday life and leaves everyone behind. In short, someone who rebels for some kind of a good cause, turns their life around and eventually becomes a saint.

If I look at and within myself, though, I realize that ‘courage’ and ‘change’ mean way less. I sure won’t make the headlines in the local newspaper.

Therefore, I keep exploring and it dawns on me: I have the courage to change when I am able to listen to myself, I give myself this gift and identify the signals my body and mind are giving off.

Whenever, on the other hand, I must act on them by making and communicating a bold decision. Depending on what I am going through in life, to make and communicate an independent decision becomes vital – as well as, alas, to do nothing.

So I believe that each of us has the courage to change whenever we are ready to ask ourselves what our soft spot is in the way we address life. When we try picturing what our life would be like if we dealt with that soft spot.

We don’t fight it, we become allies. At that point, it will be no longer a paralyzing fear but a tool to grant ourselves peace.

We will be at home, at last.

Anche l’Amore ha confini | Love must have boundaries

ITA Di recente ho imparato una lezione essenziale, ovvero che, con le questioni del cuore, l’Amore deve avere dei confini. Anche se si dice che sia incondizionato. Fa lo stesso.

Badate, non c’entra la rabbia.

In qualsiasi rapporto (con la mamma, il fratello, il cugino o la fidanzata) dovremmo sforzarci di più e fare meglio ogni volta. Agire innanzitutto con rispetto ed empatia per provare ad andare oltre le apparenze e le situazioni dolorose. E per comprendere, infine, che ciascuno di noi porta il proprio fardello.

Ad ogni modo, quando avremo portato amore e rispetto veri – non di facciata, tanto per – dovremo lasciare andare. Ricordarci di amare noi stessi prima di tutto.

Perciò, se l’altra persona continuerà a provocare o a dare del suo peggio, beh: è sé stessa che provoca, è a sé stesso che vomita il peggio, nel tentativo disperato di confrontarsi con le proprie mancanze.

A quel punto si tratta della sua battaglia e del suo percorso, non più dei nostri.

Perciò, agiamo con amore e rispetto sempre, ma teniamo ben chiari i limiti di questa azione. Dei confini da non valicare. Se lo facessimo, ci comprometteremmo inutilmente.

Ricordiamo sempre a noi stessi di mettercela tutta e giocare la nostra parte. Fatto ciò, riconoscerlo e lasciare andare. Lasciamo,in sostanza, che l’Altro realizzi la persona o le cose per i quali è venuto al mondo.

ENG – A basic lesson I’ve learned recently is that, even though Love is supposed to be unconditional, with matters of the heart one should set some boundaries.

No anger involved.

Whatever relationship we are in (be it with our mother, brother, cousin or partner) we should always do a little bit better and try a little bit harder. We should resort to respect and empathy so as to go beyond appearances and hurtful situations. We’d understand that each of us carries a burden of our own.

However, once we’ve shown love and respect, actual ones – not as a facade – we must let go. We must remember that we have to love ourselves first. So, if the other person keeps on being abusive, grouchy, or pushes our buttons, well: it’s their own buttons they’re pushing, their own shortcomings they’re desperately trying to address.

At that point, it’s their fight or simply their journey, not ours anymore.

We should act from a place of love and respect, although a place with boundaries. Boundaries that shouldn’t be crossed. If we do, we compromise ourselves.

We should remind ourselves to do our best and play our part. Once that is over, acknowledge it and let go. Particularly, we must let the Other be Whoever and Whatever they came on this Earth for.

Il farro coi gamberetti

La morte è ovunque, ma il bene che fai sopravvive, fosse anche in un unico gesto, piccolo o minuscolo, nei confronti degli altri.

Di recente è scomparsa una persona che non vedevo più spesso, anzi, direi non la vedevo mai. Quando ero adolescente e al liceo, invece, avevo modo di incontrarla più di frequente e di interagire con lui.

Questo padre, sin dalla prima occasione, non si tirò indietro nel riportarmi a casa la sera percorrendo un bel po’ di chilometri in più rispetto a quelli che avrebbe dovuto fare; non mi conosceva, ma lo fece, suppongo anche per amore della persona che ci legava.

Lo fece altre volte, ed altre volte cucinò pranzi piccoli ma pieni di dedizione: ripropose, nel corso del tempo, uno o due cavalli di battaglia tra cui il farro coi gamberetti: buono come nessun altro è più stato.

Questo uomo guidò chilometri e chilometri per portare ad una certa persona il condizionatore di cui aveva bisogno in estati esageratamente afose ed impegnative, e probabilmente non si tirava indietro di fronte a necessità simili in persone con cui aveva legami più blandi.

All’ultimo saluto eravamo riuniti in tanti, molti di più di quanto un’altra persona a lui vicina si aspettasse.

Un santo? Non credo. Una persona che stava creando un esempio senza rendersene conto? Sì.

Riportare a casa i figli degli altri senza fare domande, esagerare con l’amore per i figli, costruire una zappa su misura per tua nipote, avere una zia che si fa torturare i capelli, averne un’altra che ti fa innaffiare le sue piante sul balcone, avere uno zio che non si cancella, cucinare  un farro insuperabile.

Letto: Viaggio al termine della notte, L.F. Céline

Viaggio al termine della notte, Céline
Viaggio al termine della notte, Céline
Viaggio al termine della notte, Céline

Premesso e confessato che avevo sempre scambiato Paul Ferdinand Céline con (Paul) Celan, devo ammettere che mi ero sbagliata pesantemente sul contenuto del romanzo.

Chissà perché mi aspettavo una storia ricca di filosofeggiamenti, riflessioni, indagini psicologiche al limite dello sterile e una trama relegata a un secondo, terzo o quarto piano.

Mi sono dovuta chiaramente ricredere molto presto, non appena ho intravisto i sentori di un’epopea personale, un’odissea selvaggiamente moderna e, per questo, spesso grottesca: parolacce, violenza, cinismo, ricerca angosciante e interminabile,  ironia, il buio.

Questi elementi occupano all’incirca 500 pagine attraversando continenti, ribaltamenti di fortuna (se di fortuna si può parlare per il protagonista!), amicizie e inimicizie per intrecciarsi ad un elemento determinante, che non mi ha fatto cedere all’impulso di interromperne la lettura.

In questo romanzo c’è tutto: ci sono riflessioni sulla condizione e sui comportamenti umani (anche i più semplici) che non sapremmo mai esprimere a parole .

Céline, al contrario, riesce a concettualizzarli un po’ “dal niente” con una semplicità tanto apparente quanto disarmante. Li presenta ai nostri occhi con una maestria tale da permetterci, costringerci quasi, a riconoscerci in essi. Possiamo, infatti, tentare di prendere le distanza dalle scelte di Bardamu e dai suoi primitivi istinti, tuttavia non possiamo che ammettere senza riserve il carattere indiscutibilmente universale, condiviso delle argomentazioni che ne scaturiscono.

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Letto: Buenos Aires 1976, Menichini

Buenos Aires 1976, Giuseppe Menichini

 

Buenos Aires 1976, Giuseppe Menichini
Buenos Aires 1976, Giuseppe Menichini

Buenos Aires 1976, opera prima di Giuseppe Menichini, è disponibile soltanto in formato e-book sul sito della casa editrice Blonk così come sui famosi Amazon e iTunes, tra gli altri.

Questo breve romanzo d’esordio spiazza: il ritmo della narrazione è incalzante, la ricostruzione storica si rivela solida e quasi sempre convincente . In alcuni passaggi l’autore pare cedere a qualche digressione o sotto-narrazione, ma nel complesso riesce nell’intento di mantenere il lettore in uno stato di suspense, chiedendosi cos’altro mai potrà accadrà di lì a poco.

Il testo si presta, en passant, anche come lezione di storia per chi non è troppo documentato sul periodo storico e sulle vicende sudamericane del tempo.
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Letto: L’uomo che guarda, Moravia

L'uomo che guarda, Alberto Moravia
L'uomo che guarda, Alberto Moravia
L’uomo che guarda, Alberto Moravia

Il mio primo Moravia è L’uomo che guarda, un romanzo che mi ha lasciato l’amaro in bocca per il suo finale, d’altra parte in linea con l’andamento psicologico di tutta la narrazione che l’ha preceduto.

Al di là della trama, sono stata sorpresa da un utilizzo così pieno e vagamente retro della lingua italiana, il che è ovviamente  una constatazione positiva visto che nessuna lettura paesana di recente creazione si è distinta per l’utilizzo della nostra lingua, salvo un interessante Buenos Aires 1976 di G. Menichini.

Nella trama stessa, tuttavia, un colpo di scena mi ha lasciata talmente di stucco che mi ha forzata a concedermi una pausa, da cui è scaturita la foto sopra.

Con Moravia, infine, ho riscoperto il fascino misterioso di leggere libri presi in prestito dalle biblioteche. Dovrò praticare più spesso l’abitudine di fare una passeggiata fino alla biblioteca e scegliere i romanzi non sulla base di una ricerca svolta in precedenza ma sulla base di fede e fiducia verso la creazione letteraria.

È stata mia mamma, infatti, a passarmi il testo non appena concluso e mi ci sono buttata dentro pur senza avendone letto informazioni preliminari in copertina.

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Letto: Parade’s End, Ford Madox Ford

Parade's End - BBC Dramatization

Questo è uno degli ultimi romanzi che ho letto. Trovato gratis, in inglese, sul sito Project Gutenberg, Parade’s End – Some Do Not mi ha sorpresa e ha conquistata malgrado alcune iniziali reticenze (supportate da nessuna motivazione in particolare).

Leggerlo in inglese non è stato sempre un processo fluido anche perché il testo è uno degli epitomi del Modernismo: si salta infatti da un punto di vista all’altro, benché il narratore – se non ricordo male – resti quasi sempre in terza persona e onnisciente.

L’evento centrale risiede nello scoppio della prima guerra mondiale e le ripercussioni – per lo più psichiche – di questa sulla società inglese, specie quella “buona”, scossa alle fondamenta per quel che riguarda i valori e le qualità di cui si sente portatrice.

La narrazione si prende ovviamente la libertà di muoversi avanti e indietro sulla linea del tempo con anticipazioni e rimandi, ritratti e lenti di ingrandimento sul microcosmo di alcuni protagonisti, per cui il lettore deve gustarsi lo stesso passo del narratore e avere la pazienza di giungere alle risposte di cui è in cerca.

Comprensibilmente, leggendo questo testo per la prima volta direttamente in inglese ho quindi temuto molto spesso di aver perso il filo o di aver saltato qualche preziosa informazione; ma d’altra parte si sa, confrontarsi con il testo originale permette di assaporarlo al meglio.

Ho scoperto per caso, infine, che la BBC ha realizzato una trasposizione televisiva di tutti e quattro i volumi che rispondono al titolo di Parade’s End, piazzando Cumberbatch come Tietjens. A questo punto non vedo l’ora di guardare la serie e di proseguire al contempo con la lettura degli altri tre romanzi.

Consigliato: decisamente sì!

Parade's End - BBC Dramatization
Parade’s End – BBC Dramatization

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Costellazioni familiari

Close Look

Ieri sera ho partecipato ad una costellazione familiare sistemica; ne avevo viste in passato con un’altra costellatrice e l’impressione è sempre positiva.

Il solo assistere ad una costellazione di gruppo rappresenta un’esperienza intensa a prescindere dal costellatore. Le energie che si mettono in campo dal momento della scelta dei rappresentanti fino alla risoluzione del problema sono potenti e segnano positivamente ogni partecipante ben oltre l’incontro in sé.

Qualsiasi questione può essere portata in costellazione: le persone scelte per rappresentarne le varie componenti diventano immediatamente veicoli perfetti per gettare nuova luce sulla questione.

Essendo, infatti, al di fuori del sistema — almeno in partenza — ciascuno agirà e si comporterà soltanto in base all’istinto e a quello che sentirà dentro. Al contempo, poiché si sintonizza sulle frequenze del sistema al quale è stato chiamato a fornire un contributo, le sue azioni e reazioni risulteranno sempre sorprendentemente familiari a chi ha portato il problema.

All’interno della costellazione si spostano le persone e, con loro, le energie che incarnano: si sciolgono così dei nodi e “qualcosa” comincia a muoversi da lì a molto tempo dopo.

In quello spazio e tempo emerge infine con nuova chiarezza quello che già è. Affidandosi a terze persone, ed eliminando quindi ogni filtro, si scava infatti nell’inconscio dei vari personaggi coinvolti; si riesce a far affiorare verità che non si percepiscono a livello conscio e, di conseguenza, non si sarebbe capaci di vedere come realtà su cui agire.

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Non di sola grammatica vive l’inglese

Una lingua straniera non si impara studiandone soltanto la grammatica e questo, la scuola italiana, sembra non averlo ancora compreso.

La grammatica si configura, magari, come l’intelaiatura che sorregge le parole, permette sia di esprimersi che comprendere quanto ci viene detto; ma, ad un certo punto, le parole non si possono conoscere se non ci vengono insegnate, la capacità di produrre discorsi non è innata se non viene stimolata e la comprensione non si affina se non anch’essa con l’esercizio.

In questo senso l’approccio adottato dalla maggioranza degli insegnanti italiani (almeno ai miei tempi, ahimè) resta nozionistico e ci lascia disarmati ogni volta che dobbiamo aprire bocca e partecipare ad un dialogo.

Non c’è dunque da meravigliarsi se il confronto tra noi e il resto d’Europa è impietoso. Al liceo ebbi infatti l’opportunità di partecipare ad uno scambio linguistico con una cittadina austriaca. Al di là delle difficoltà con il tedesco, iniziato a studiare da poco più di un anno, lo sconcerto vero e proprio arrivò con l’inglese.

La padronanza sfoggiata da quei nostri coetanei sembrava inspiegabile e suscitò  immediatamente in me una profonda amarezza, in quanto chiaro segno di un universo frapposto fra “noi” e “loro”; ci potevamo sognare, infatti, la loro disinvoltura nel porre domande od esprimere opinioni, così come le lezioni pratiche, dinamiche e dritte al punto.

Proprio questo binomio formato da correttezza generale e disinvoltura, a mio parere,  rappresenta oggi come allora un’accoppiata vincente per avvicinarsi ad una nuova lingua.

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